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Futuro contro passato, derby d’Italia

Futuro contro passato, derby d’Italia

scritto da global il 13 Maggio 2009

 

IL RAPPORTO DI «SOCIETÀ LIBERA» – MERCATO E CONCORRENZA

Futuro contro passato, derby d’Italia

La povertà delle istituzioni favorisce corporazioni, lavoro nero e corruzioni sociali
di Franco Locatelli

Basterebbe pensare al fatto che in Italia l’Antitrust è arrivato un secolo dopo rispetto agli Stati Uniti per capire che da noi non sono mai stati tempi facili per la cultura e la politica della concorrenza, ma adesso la crisi economica complica tutto ancor più di prima. Nel mondo il pendolo della storia s’è visibilmente spostato dal lato dello Stato piuttosto che da quello del mercato, e per un Paese come il nostro non c’è da farsi troppe illusioni – almeno nel breve termine – sulla possibilità di sconfiggere lobby e corporazioni che ostacolano la meritocrazia, la concorrenza e la piena apertura dei mercati.
Il Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana che l’associazione «Società libera» presenta quest’anno nella sua settima edizione – e che sarà discusso oggi a Milano e giovedì a Roma – prende atto del fatto che la cultura del mercato e della concorrenza sia di questi tempi costretta sulla difensiva ma rammenta che non è la prima volta che succede. «Gli uomini – ricorda il Rapporto citando Luigi Einaudi – sono presti a persuadersi, quando c’è qualcosa che va male, a invocare il braccio forte dello Stato». E se, di questi tempi, il cambiamento della dimensione dell’intervento pubblico in economia può essere opportuno, non bisogna mai smettere di avvertire – come fa Fiorella Kostoris nel saggio che apre il Rapporto – che esso dev’essere rigorosamente temporaneo, non deve finire nel protezionismo e non deve compromettere le strategie economiche di lungo periodo basate su un rapporto equilibrato tra Stato e mercato.
Secondo il Rapporto e indipendentemente dai Governi, le vicende più recenti – dalla conclusione del caso Alitalia al duopolio televisivo e alla regolazione del sistema autostradale – confermano che l’Italia è un sistema prevalentemente chiuso e refrattario alla concorrenza, anche se qualche passo avanti c’è stato. Ma ancora una volta il pregio del Rapporto promosso da «Società libera» – l’associazione di accademici, professionisti e imprenditori che si batte per l’affermazione di una società autenticamente liberale e che annovera nel proprio consiglio direttivo anche Ralf Dahrendorf – è quello di guardare al di là delle vicende contingenti e di individuare le vere cause di un’economia bloccata e impermeabile alla liberalizzazione.
Le radici della chiusura del sistema Italia, come documentano in un ampio saggio Raimondo Cubeddu e Alberto Vannucci dell’Università di Pisa, non sono economiche ma politiche e istituzionali. Se si assumono tre parametri che gli studiosi usano per valutare la qualità del tessuto istituzionale – e cioè la tutela dei diritti individuali e dei contratti; la circolazione d’informazioni attendibili in funzione della trasparenza dei mercati e degli scambi; il grado di concorrenza nei mercati – il risultato del confronto tra il nostro Paese e il resto del mondo è inequivocabile e dice che il nostro tessuto istituzionale è malato, perché si avvicina al paradigma delle «cattive istituzioni».
I dati parlano chiaro. Per quanto concerne la protezione dei diritti di proprietà e delle libertà civili e politiche individuali, tutte le rilevazioni, e soprattutto quelle di Doing Business della Banca Mondiale, dicono che la vischiosità e l’inefficienza del nostro sistema amministrativo e giudiziario, la lunghezza dei tempi, le incertezze procedurali e i costi delle controversie collocano l’Italia in coda alle classifiche europee. Non diversamente risulta, secondo l’indice annuale di Freedom House, la posizione relativa dell’Italia (terz’ultima in Europa) per quanto riguarda la circolazione d’informazioni affidabili per il mercato.
Infine, per la concorrenza il Rapporto utilizza tre indicatori (percentuale di donne presenti in Parlamento come termometro delle dinamiche concorrenziali nei meccanismi di selezione della classe politica, apertura o meno dei servizi professionali, regolazione amministrativa ed economica dei mercati). Tranne che per la presenza femminile in Parlamento che non è molto lontana dalla media internazionale, l’Italia si colloca ancora una volta nelle posizioni di coda in Europa.
L’origine vera dell’impossibilità di liberalizzare l’economia e di aprire i mercati sta qui: nella scarsa qualità della cornice istituzionale italiana, all’ombra della quale proliferano e dettano legge lobby e corporazioni. Gli effetti sono devastanti e provocano un cortocircuito inarrestabile: anziché alimentare dinamiche d’innovazione produttiva basate sulla conoscenza creativa, le cattive istituzioni generano dinamiche d’innovazione parassitaria, che è basata sì sull’acquisizione di conoscenze, ma distorte e funzionali alla ricerca di rendite, alla diffusione dell’economia sommersa e della corruzione.
«Gli ostacoli incontrati dai timidi tentativi di liberalizzazione – osserva il Rapporto – riflettono il potere d’interdizione di lobby e corporazioni pronte a difendere la chiusura al mercato delle rispettive nicchie monopolistiche e che all’ombra di quelle “cattive istituzioni” hanno affinato meccanismi per piegare a proprio vantaggio l’applicazione (o l’evasione) delle regole, costruendo così le proprie fortune. La sopravvivenza e la stessa identità di quei gruppi dipende proprio dalla conservazione di un assetto istituzionale nel quale la certezza del diritto – e dei diritti individuali – non viene vista come un bene pubblico, ma alla stregua d’un privilegio concesso in modo selettivo e arbitrario; il merito e la creatività sono sviliti a vantaggio di conoscenze personali e familiari; il controllo dei centri di potere sui flussi di informazioni rende opache le relazioni politiche e di mercato, attenuando le responsabilità dei decisori. Nessuno dei Governi, di diverso colore politico, che si sono avvicendati in questi anni – conclude il Rapporto – è riuscito a mettere in atto provvedimenti in grado d’invertire, o almeno contrastare efficamente, questa linea di tendenza».
Conclusione: senza buone istituzioni niente liberalizzazioni, ma per rinnovare le istituzioni ci vorrebbe, insieme alla volontà politica, un’autentica rivoluzione culturale. La posta in gioco è alta ma la liberalizzazione del sistema non è un lusso. Nemmeno in tempi di crisi.

 

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