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È L’innovazione, BELLEZZA!

È L’innovazione, BELLEZZA!

scritto da global il 13 Maggio 2009

 

Moses Abramovitz HA ANALIZZATO IL PIL USA: TRA 1870 E 1950 SALÌ DEL 300%. PER IL 286% GRAZIE ALL’INNOVAZIONE
È L’innovazione, BELLEZZA!
Non basta la tecnologia o il nuovo prodotto: contano l’apertura e la sperimentazione

Per rilanciare lo sviluppo sarebbe riduttivo limitarsi all’innovazione tecnologica in senso stretto. L’innovazione come motore della crescita comprende le cose più disparate, come la riorganizzazione delle imprese o la nascita di nuovi modelli di business. Inoltre, non si ferma al nuovo prodotto, ma si spinge fino alla nascita di nuove specializzazioni industriali. Un vecchio studio di Moses Abramovitz scoprì che, dal 1870 al 1950, il Pil pro-capite americano era cresciuto del 300%, ma solo 14% era attribuibile alla crescita del lavoro e del capitale. Tutto il resto era dovuto a fattori poco visibili, tra cui l’innovazione tecnologica, nuovi metodi di produzione, nuovi modelli organizzativi, una maggiore qualità di lavoro e capitale. Insomma, se nel 1870 una trattoria serviva 100 pasti al giorno, nel 1950 ne serve 400, ma con il solo aumento del personale o degli spazi o del forno ne servirebbe 114. I restanti 286 dipendono dal fatto che si cucina più rapidamente, il forno viene usato con meno tempi morti, la sala è disposta meglio con più tavoli, il lavoro e la conduzione sono più efficienti. Ancora oggi, tenendo conto di migliori qualità degli input, risorse immateriali, tecnologie dell’informazione, non si spiega più del 50% della crescita. Oggi questi fattori invisibili sono particolarmente fertili in alcune aree. La diffusione dell’informatica è un caso noto, ma non per questo meno rilevante. L’Italia è ad esempio fanalino di coda nella diffusione del telelavoro o di altre tecniche organizzative basate sull’informatica. Tecnologie di design, scienze ingegneristiche, software, hanno aumentato la produttività nella generazione di idee. Purtroppo la nostra capacità di prevedere quali di queste idee incontreranno la domanda è rimasta più arretrata, ad esempio perché dipende da fattori molto diversi. La strozzatura si sta perciò muovendo dalla mancanza di tecnologie alla difficoltà a trovarne gli usi. Alcuni studi mostrano che gran parte delle opportunità legate al capitale umano stanno nel far parte di reti internazionali in cui si alimentano conoscenze. La mancanza di apertura internazionale è perciò un limite importante da rimuovere. Laddove implementata, l’attribuzione di autonomia e di imprenditorialità, specie nei giovani, ha dato risultati positivi, anche come fattore per valorizzare il “merito”. Infine, un’area interessante è la ricerca di sinergie dal lato della domanda. L’esempio più banale sono le aree di servizio nelle autostrade, dove l’associazione di ristoro e rifornimento non ha vantaggi nella produzione, ma gli automobilisti guadagnano efficienza fermandosi una volta sola.
Ma come rilanciare queste occasioni di sviluppo? È interessante perché, in questo, la storia ha avuto poca fantasia. Gran parte di queste innovazioni sono nate a seguito della creazione di nuovi settori e modelli di specializzazione, prodotti a loro volta da spin-off provenienti da imprese di successo esistenti. Oltre alla solita Silicon Valley, l’automobile, le apparecchiature radio o tv, o più recentemente software, laser o biotecnologie, o gli stessi distretti industriali italiani, sono nati così. Inoltre, il corporate venturing si sta diffondendo. Rilanciare l’innovazione in Italia significa perciò soprattutto incoraggiare la sperimentazione industriale delle nostre imprese di successo. Oltretutto, ciò significa non solo che le nuove specializzazioni si affiancheranno e non sostituiranno le specializzazioni esistenti, ma nasceranno per gemmazione dalle competenze migliori del nostro sistema industriale, valorizzandole.
alfonso.gambardella@unibocconi.it
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