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Avete mai visitato una fabbrica virtuale?

scritto da global il 27 Maggio 2009

 

Se non avete mai fatto questa esperienza, bene, vi invitiamo a farla subito. Date un’occhiata a questo link.

Con un semplice click entrerete nella fabbrica virtuale Industrial Equipment: sarà un piacere per noi accompagnarvi in questa visita alla scoperta delle soluzioni PLM di Dassault Systèmes per il settore delle apparecchiature industriali. Sarà un modo comodo e piacevole per conoscere tutti i vantaggi che esse offrono non solo nel tradizionale settore della progettazione, ma in tutti gli altri ambiti sia interni che esterni all’azienda.
Il tutto corredato da ampia documentazione scaricabile ed interessanti contributi filmati.
Oltre a questa particolarissima novità, come di consueto, troverete notizie ed informazioni sulle nostre soluzioni, le testimonianze dei nostri clienti e le ultime novità DS.

3DViaComposer

scritto da global il 27 Maggio 2009

 

3DVIA Composer è uno strumento innovativo per produrre la documentazione di prodotto e di processo.

 

 

A proposito di 3DVIA Composer:
– Consente di creare animazioni, istruzioni e viste in modo facile e veloce, per una documentazione di prodotto e processo realmente efficace
– E’ completamente indipendente dal CAD e supporta i più diffusi applicativi 3D: CATIA V4, CATIA V5, SolidWorks (TM), Pro / Engineer ®, Siemens PLM ® (UGS/ Unigraphics), Solid Edge, STEP, XML, …
Ottimizza la collaborazione tra le varie divisioni aziendali (R&S, Progettazione, Produzione, Ufficio Acquisti, Vendite, Marketing, etc.)

3DVIA Composer è l’ideale per supportarvi nella realizzazione di:
Documentazione Tecnica: illustrazioni tecniche, esplosi, pallinature
Nel processo produttivo: Istruzioni di montaggio
Nei servizi: Manuali e Libretti di istruzioni
Nel Marketing: cataloghi, brochure, siti web
Nei processi di revisione: Revisione di progetti, glossari, animazioni 3D, Protezione della Proprietà Intellettuale

IMSce per CATIA V5

scritto da global il 22 Maggio 2009

 

CATIA V5 from Dassault Systemes provides a unique integrated approach allowing G-code validation without leaving the V5 environment; controller emulation capability with IMSce for V5 provides the machine motion, while checking for syntax and logic errors and alerting the user when they occur.

 

download datasheet

Futuro contro passato, derby d’Italia

scritto da global il 13 Maggio 2009

 

IL RAPPORTO DI «SOCIETÀ LIBERA» – MERCATO E CONCORRENZA

Futuro contro passato, derby d’Italia

La povertà delle istituzioni favorisce corporazioni, lavoro nero e corruzioni sociali
di Franco Locatelli

Basterebbe pensare al fatto che in Italia l’Antitrust è arrivato un secolo dopo rispetto agli Stati Uniti per capire che da noi non sono mai stati tempi facili per la cultura e la politica della concorrenza, ma adesso la crisi economica complica tutto ancor più di prima. Nel mondo il pendolo della storia s’è visibilmente spostato dal lato dello Stato piuttosto che da quello del mercato, e per un Paese come il nostro non c’è da farsi troppe illusioni – almeno nel breve termine – sulla possibilità di sconfiggere lobby e corporazioni che ostacolano la meritocrazia, la concorrenza e la piena apertura dei mercati.
Il Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana che l’associazione «Società libera» presenta quest’anno nella sua settima edizione – e che sarà discusso oggi a Milano e giovedì a Roma – prende atto del fatto che la cultura del mercato e della concorrenza sia di questi tempi costretta sulla difensiva ma rammenta che non è la prima volta che succede. «Gli uomini – ricorda il Rapporto citando Luigi Einaudi – sono presti a persuadersi, quando c’è qualcosa che va male, a invocare il braccio forte dello Stato». E se, di questi tempi, il cambiamento della dimensione dell’intervento pubblico in economia può essere opportuno, non bisogna mai smettere di avvertire – come fa Fiorella Kostoris nel saggio che apre il Rapporto – che esso dev’essere rigorosamente temporaneo, non deve finire nel protezionismo e non deve compromettere le strategie economiche di lungo periodo basate su un rapporto equilibrato tra Stato e mercato.
Secondo il Rapporto e indipendentemente dai Governi, le vicende più recenti – dalla conclusione del caso Alitalia al duopolio televisivo e alla regolazione del sistema autostradale – confermano che l’Italia è un sistema prevalentemente chiuso e refrattario alla concorrenza, anche se qualche passo avanti c’è stato. Ma ancora una volta il pregio del Rapporto promosso da «Società libera» – l’associazione di accademici, professionisti e imprenditori che si batte per l’affermazione di una società autenticamente liberale e che annovera nel proprio consiglio direttivo anche Ralf Dahrendorf – è quello di guardare al di là delle vicende contingenti e di individuare le vere cause di un’economia bloccata e impermeabile alla liberalizzazione.
Le radici della chiusura del sistema Italia, come documentano in un ampio saggio Raimondo Cubeddu e Alberto Vannucci dell’Università di Pisa, non sono economiche ma politiche e istituzionali. Se si assumono tre parametri che gli studiosi usano per valutare la qualità del tessuto istituzionale – e cioè la tutela dei diritti individuali e dei contratti; la circolazione d’informazioni attendibili in funzione della trasparenza dei mercati e degli scambi; il grado di concorrenza nei mercati – il risultato del confronto tra il nostro Paese e il resto del mondo è inequivocabile e dice che il nostro tessuto istituzionale è malato, perché si avvicina al paradigma delle «cattive istituzioni».
I dati parlano chiaro. Per quanto concerne la protezione dei diritti di proprietà e delle libertà civili e politiche individuali, tutte le rilevazioni, e soprattutto quelle di Doing Business della Banca Mondiale, dicono che la vischiosità e l’inefficienza del nostro sistema amministrativo e giudiziario, la lunghezza dei tempi, le incertezze procedurali e i costi delle controversie collocano l’Italia in coda alle classifiche europee. Non diversamente risulta, secondo l’indice annuale di Freedom House, la posizione relativa dell’Italia (terz’ultima in Europa) per quanto riguarda la circolazione d’informazioni affidabili per il mercato.
Infine, per la concorrenza il Rapporto utilizza tre indicatori (percentuale di donne presenti in Parlamento come termometro delle dinamiche concorrenziali nei meccanismi di selezione della classe politica, apertura o meno dei servizi professionali, regolazione amministrativa ed economica dei mercati). Tranne che per la presenza femminile in Parlamento che non è molto lontana dalla media internazionale, l’Italia si colloca ancora una volta nelle posizioni di coda in Europa.
L’origine vera dell’impossibilità di liberalizzare l’economia e di aprire i mercati sta qui: nella scarsa qualità della cornice istituzionale italiana, all’ombra della quale proliferano e dettano legge lobby e corporazioni. Gli effetti sono devastanti e provocano un cortocircuito inarrestabile: anziché alimentare dinamiche d’innovazione produttiva basate sulla conoscenza creativa, le cattive istituzioni generano dinamiche d’innovazione parassitaria, che è basata sì sull’acquisizione di conoscenze, ma distorte e funzionali alla ricerca di rendite, alla diffusione dell’economia sommersa e della corruzione.
«Gli ostacoli incontrati dai timidi tentativi di liberalizzazione – osserva il Rapporto – riflettono il potere d’interdizione di lobby e corporazioni pronte a difendere la chiusura al mercato delle rispettive nicchie monopolistiche e che all’ombra di quelle “cattive istituzioni” hanno affinato meccanismi per piegare a proprio vantaggio l’applicazione (o l’evasione) delle regole, costruendo così le proprie fortune. La sopravvivenza e la stessa identità di quei gruppi dipende proprio dalla conservazione di un assetto istituzionale nel quale la certezza del diritto – e dei diritti individuali – non viene vista come un bene pubblico, ma alla stregua d’un privilegio concesso in modo selettivo e arbitrario; il merito e la creatività sono sviliti a vantaggio di conoscenze personali e familiari; il controllo dei centri di potere sui flussi di informazioni rende opache le relazioni politiche e di mercato, attenuando le responsabilità dei decisori. Nessuno dei Governi, di diverso colore politico, che si sono avvicendati in questi anni – conclude il Rapporto – è riuscito a mettere in atto provvedimenti in grado d’invertire, o almeno contrastare efficamente, questa linea di tendenza».
Conclusione: senza buone istituzioni niente liberalizzazioni, ma per rinnovare le istituzioni ci vorrebbe, insieme alla volontà politica, un’autentica rivoluzione culturale. La posta in gioco è alta ma la liberalizzazione del sistema non è un lusso. Nemmeno in tempi di crisi.

 

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È L’innovazione, BELLEZZA!

scritto da global il 13 Maggio 2009

 

Moses Abramovitz HA ANALIZZATO IL PIL USA: TRA 1870 E 1950 SALÌ DEL 300%. PER IL 286% GRAZIE ALL’INNOVAZIONE
È L’innovazione, BELLEZZA!
Non basta la tecnologia o il nuovo prodotto: contano l’apertura e la sperimentazione

Per rilanciare lo sviluppo sarebbe riduttivo limitarsi all’innovazione tecnologica in senso stretto. L’innovazione come motore della crescita comprende le cose più disparate, come la riorganizzazione delle imprese o la nascita di nuovi modelli di business. Inoltre, non si ferma al nuovo prodotto, ma si spinge fino alla nascita di nuove specializzazioni industriali. Un vecchio studio di Moses Abramovitz scoprì che, dal 1870 al 1950, il Pil pro-capite americano era cresciuto del 300%, ma solo 14% era attribuibile alla crescita del lavoro e del capitale. Tutto il resto era dovuto a fattori poco visibili, tra cui l’innovazione tecnologica, nuovi metodi di produzione, nuovi modelli organizzativi, una maggiore qualità di lavoro e capitale. Insomma, se nel 1870 una trattoria serviva 100 pasti al giorno, nel 1950 ne serve 400, ma con il solo aumento del personale o degli spazi o del forno ne servirebbe 114. I restanti 286 dipendono dal fatto che si cucina più rapidamente, il forno viene usato con meno tempi morti, la sala è disposta meglio con più tavoli, il lavoro e la conduzione sono più efficienti. Ancora oggi, tenendo conto di migliori qualità degli input, risorse immateriali, tecnologie dell’informazione, non si spiega più del 50% della crescita. Oggi questi fattori invisibili sono particolarmente fertili in alcune aree. La diffusione dell’informatica è un caso noto, ma non per questo meno rilevante. L’Italia è ad esempio fanalino di coda nella diffusione del telelavoro o di altre tecniche organizzative basate sull’informatica. Tecnologie di design, scienze ingegneristiche, software, hanno aumentato la produttività nella generazione di idee. Purtroppo la nostra capacità di prevedere quali di queste idee incontreranno la domanda è rimasta più arretrata, ad esempio perché dipende da fattori molto diversi. La strozzatura si sta perciò muovendo dalla mancanza di tecnologie alla difficoltà a trovarne gli usi. Alcuni studi mostrano che gran parte delle opportunità legate al capitale umano stanno nel far parte di reti internazionali in cui si alimentano conoscenze. La mancanza di apertura internazionale è perciò un limite importante da rimuovere. Laddove implementata, l’attribuzione di autonomia e di imprenditorialità, specie nei giovani, ha dato risultati positivi, anche come fattore per valorizzare il “merito”. Infine, un’area interessante è la ricerca di sinergie dal lato della domanda. L’esempio più banale sono le aree di servizio nelle autostrade, dove l’associazione di ristoro e rifornimento non ha vantaggi nella produzione, ma gli automobilisti guadagnano efficienza fermandosi una volta sola.
Ma come rilanciare queste occasioni di sviluppo? È interessante perché, in questo, la storia ha avuto poca fantasia. Gran parte di queste innovazioni sono nate a seguito della creazione di nuovi settori e modelli di specializzazione, prodotti a loro volta da spin-off provenienti da imprese di successo esistenti. Oltre alla solita Silicon Valley, l’automobile, le apparecchiature radio o tv, o più recentemente software, laser o biotecnologie, o gli stessi distretti industriali italiani, sono nati così. Inoltre, il corporate venturing si sta diffondendo. Rilanciare l’innovazione in Italia significa perciò soprattutto incoraggiare la sperimentazione industriale delle nostre imprese di successo. Oltretutto, ciò significa non solo che le nuove specializzazioni si affiancheranno e non sostituiranno le specializzazioni esistenti, ma nasceranno per gemmazione dalle competenze migliori del nostro sistema industriale, valorizzandole.
alfonso.gambardella@unibocconi.it
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Guai a star fermi

scritto da admin il 16 Marzo 2009

 

La lezione di Jobs: pensare l’impensabile per vincere noia, stasi e crisi.

12 Marzo 2009

Steve Jobs, di cui è uscita la biografia scritta da Leander Kahney (”Nella testa di Steve Jobs”) per i tipi di Sperling & Kupfer, ne ha pensata un’altra.

Quantomeno lo ha fatto la sua azienda: ricordiamo che il creatore di Apple si è messo in pausa sino a giugno, ma ci viene difficile pensare che non ci sia la sua mano.
C’è la crisi?
Sotto con le novità, in perfetto stile “siate affamati, siate folli” del commovente discorso di Stanford, da molti ricordato in questi giorni, con cui Jobs invitava i neo laureati a continuare a cercare se stessi per innovare.

E non stiamo parlando del mini iPod Shuffle formato accendino.
La Reuter ieri riportava una fonte di Taiwan, che richiedeva l’anonimato, secondo la quale Apple avrebbe piazzato un grosso ordinativo di touchscreen da 10 pollici presso la locale Wintek, che per la casa di Cupertino realizza già gli schermi per gli iPhone.

Si tratta di schermi grandi quasi quanto quelli dei mini-notebook, che potrebbero essere usati da Quanta Computer, altro produttore taiwanese, per produrre sistemi per Apple, da rilasciare nel terzo trimestre.

Di più non si sa, ma c’è quanto basta per immaginare un netbook Apple formato touch. E non un semplice netbook: qualcosa di più, che sappia coniugare pc e telefono nel creare un dispositivo di accesso veramente universale.

Il tutto in quel perfetto stile Jobs, che vuole che le difficoltà si combattano con il movimento.

In attesa di conferme e delucidazioni, che sentiamo arriveranno, va colta la basilare lezione: niente è peggio della stasi per chi non vuol essere bersaglio delle difficoltà. Banale quanto si vuole, ma vero.

Dario Colombo

Lucarelli: con l’Ict cresce anche la produttività

scritto da admin il 19 Gennaio 2009

 

I dati italiani a confronto con gli altri Paesi. “In questi anni abbiamo perso molte opportunità”

30 Giugno 2008

La crescita degli investimenti Ict nelle imprese non deve trarre in inganno. Se guardiamo agli ultimi dieci anni, spiega il presidente di Assinform Ennio Lucarelli, si è investito sempre meno in Information technology “perdendo in questo modo molte opportunità”.
L’Italia è passata dall’1,5 all’1,7% negli ultimi dieci anni come incidenza della spesa Ict sul Pil, mentre nello stesso periodo Uk è andata dal 2,9 a 3,5% e il Giappone dal 2,4% al 3,4%. “Non abbiamo aumentato la capacità competitiva, anzi l’Ict non è stato considerato come elemento che facilita lo sviluppo del Paese”.

E chi in questi anni ha investito di più in tecnologie informatiche – ha proseguito il presidente di Assinform – ha ottenuto anche importanti ritorni sulla produttività“. Tra il 2000 e il 2007, per Francia, Germania, Usa e Gran Bretagna la produttività è aumentata con ritmi a due cifre, fra il 7% e il 14%, sostenuta da una crescita cumulata degli investimenti Italtrettanto elevata, con tassi dell’ordine tra il 16% e il 38%. Nello stesso periodo la media europea di crescita della produttività è stato dell’8%, quella della spesa It intorno al 30%, mentre in Italia l’aumento della produttività non è riuscito a superare il 2%, a fronte di una crescita cumulata degli investimenti It poco sopra il 5%.
L’utilizzo dell’e-government al 17% contro media europea 30%, l’Internet banking al 12% contro 25% dell’Europa e l’e-commerce fermo al 2% contro l’11% dell’Europa a 27 sono gli altri dati forniti da Lucarelli che confermano un quadro a tinte fosche di un Paese dove oltre il 56% della popolazione è analfabeta dal punto di vista informatico.
Sono, questi, i segnali di un processo di digitalizzazione del Paese che avanza in modo frammentario e discontinuo, privo di una politica economica capace di puntare sull’It in termini strategici come invece è avvenuto e avviene in altri paesi, ha concluso Lucarelli.

Luigi Ferro

È il momento di pensare alla business transformation

scritto da admin il 9 Gennaio 2009

 

L’analisi di Gartner, in occasione del convegno di apertura dell’Alcatel Lucent Enterprise Forum. Quali strategie e quali tecnologie per il futuro

06 Marzo 2009

“Se state trattenendo il fiato, aspettando che fine anno i problemi si risolvano, rischiate di morire soffocati”.

Con queste parole Peter Sondergaard, Senior Vice President di Gartner Research ha esordito davanti alla platea dei partecipanti alla sessione inaugurale dell’Alcatel Lucent Enterprise Forum.

Un messaggio decisamente poco incoraggiante, se non fosse per il prosieguo. Secondo Sondergaard, non è il caso di scoraggiarsi: questi sono tempi interessanti. Sono i tempi giusti per guardare avanti per mettere in atto quei cambiamenti che consentiranno di rimanere competitivi in futuro.

Un’azienda, oggi, non può limitarsi a ridurre i costi, perché rischia di muoversi rasoterra, per poi affossarsi. Né si può credere che l’inazione sia una scelta. Questo, piuttosto, è il momento per parlare della business transformation; è il momento di giocarsi la credibilità fin qui conquistata per mettere in atto un cambiamento proiettato verso il futuro. Fondamentale, secondo Sondergaard, è tener presente che non si tratta di un processo lineare, ma di un percorso che implica cambiamento, crescita, gestione; che parte dalle tecnologie, ma che non di sole tecnologie vive.

Maria Teresa Della Mura